Carlo Francesco GABBA

Classe di Scienze morali, storiche e filologiche
Professore di Filosofia del Diritto nell'Università di Pisa

Socio corrispondente dal 03/03/1889
Nato a Lodi il 14/04/1835
Deceduto a Torino il 19/02/1920

Nacque a Lodi il 14 aprile 1835 da Melchiade, insegnante di belle lettere e scrittore, e da Maria Cavezzali.

A Pavia fu alunno nel collegio "Ghislieri", poi studente in giurisprudenza presso l'università, dove si laureò nel 1857 con la dissertazione Dei fondamenti e dei caratteri della pena (Milano-Verona 1858), dedicata a K.J.A. Mittermaier, del quale il G. tradusse e pubblicò la prima versione italiana, con note, della Guida all'arte della difesa criminale nel processo penale tedesco e nel processo pubblico e orale con riguardo alle difese davanti ai giurati (ibid. 1858). Sempre nel 1858 fu premiato dall'Accademia reale di Bruxelles per una memoria in lingua francese, sulla Philosophie du droit de succession ou Essai sur la véritable origine de ce droit (Bruxelles 1861).

Si trasferì, quindi, a Milano, per esercitarvi la professione di avvocato e l'insegnamento. Insegnante privato nelle scienze legali di diritto positivo, nel luglio 1859 presentò al ministero della Pubblica Istruzione domanda di ammissione al concorso per la cattedra di diritto romano presso l'università di Torino.

Allievo di G. Basevi, autore delle fortunate Annotazioni pratiche al codice civile austriaco, il G. pubblicò le note alla 7ª edizione dell'opera, e, in appendice, un Commento alle leggi sul matrimonio dei cattolici entrate in vigore dal gennaio 1857 nell'Impero austriaco (Milano 1859). Si occupò poi del primo libro, "delle persone", del progetto di revisione del codice civile albertino presentato in Parlamento, proponendo una distribuzione della materia in quattro libri (persone, cose e diritti reali, obbligazioni, successioni), che modificava, quindi, la tradizionale partizione in tre libri del Code civil e del Codice Albertino, poi di fatto confermata nel testo definitivo del codice del 1865 (cfr. del G. gli Studi di legislazione civile comparata in servizio della nuova codificazione italiana, ibid. 1862).

Nel 1861, su proposta del Consiglio provinciale milanese, il ministero della Pubblica Istruzione lo nominò professore di diritto commerciale e pubblica economia nell'istituto tecnico della città ma, nell'ottobre dello stesso anno, ottenuto il passaggio all'insegnamento universitario, divenne professore supplente di diritto naturale e delle genti, e incaricato dell'insegnamento di diritto internazionale presso l'ateneo di Pisa, dove, nel 1862, fu nominato professore ordinario di filosofia del diritto. Successivamente tenne anche per incarico l'insegnamento di introduzione alle scienze giuridiche e storia del diritto.

Nel settembre 1863 si recò a Gand, al Congresso internazionale di scienze sociali, visitando poi la Svizzera, la Francia e il Baden. Già collaboratore del Giornale per l'abolizione della pena di morte, nel 1866 pubblicò a Pisa, Il pro e il contro nella questione della pena di morte. In un saggio, pubblicato nel 1860 sulla Gazzetta dei tribunali di Milano (poi Della condizione giuridica delle donne nella legislazione francese, austriaca e sarda. Studi di legislazione civile comparata, Milano 1861), difese l'eguaglianza successoria tra figli e figlie, ma condannò poi severamente, in polemica con la legge austriaca, la "soverchia indipendenza" riconosciuta alla moglie e fu favorevole all'istituto dell'autorizzazione maritale, diffidando delle posizioni dei "femministi" anche a proposito di elettorato e di accesso alle professioni civili da parte delle donne (cfr. Le donne non avvocate. Considerazioni, Pisa 1866).

Sul finire del 1866 - in luglio era morto tragicamente a Custoza il fratello diciottenne Pietro - il G. lasciò l'incarico di introduzione alle scienze giuridiche per assumere l'altro, sempre a Pisa, di codice civile patrio.

Nel settembre 1871, appena sposato e con l'intenzione di tornare a vivere a Milano, il G. chiese invano il trasferimento a Torino, alla cattedra di diritto civile. Nel novembre dell'anno successivo rinunciò al decreto di nomina per la cattedra di filosofia del diritto a Roma; con non dissimile determinazione respinse, più tardi, il mutamento, richiesto dal ministero, "dell'attuale cattedra di filosofia del diritto in quella di diritto internazionale", convinto della necessità scientifica e didattica propria della filosofia del diritto "o del diritto naturale che dir si voglia" nelle facoltà di giurisprudenza (lettera da Roma, 21 dic. 1875, in Roma, Arch. centr. dello Stato, b. 910).

Nell'istanza di trasferimento a Torino del 1871 il G. aveva segnalato fra le sue pubblicazioni la Teoria della retroattività delle leggi (I-IV, Pisa 1868-74).

Nell'opera, realizzata con un uso apertissimo di metodi, dottrine, casi giurisprudenziali e una costante invenzione linguistica, il G. proponeva di considerare dal "punto di vista transitorio" l'intero campo del diritto positivo, civile e penale, privato e pubblico. Erano fissate così le regole di una sorta di "editto perpetuo" per il passaggio, in ogni materia, dal diritto anteriore a quello creato da leggi nuove. In particolare si sosteneva l'ingiusta retroattività della nuova legge di fronte ai diritti acquisiti: il diritto quesito, perno di tutta la giurisprudenza transitoria, cedeva esclusivamente in presenza di quelle ragioni morali di "onestà e costumatezza" cui fosse ispirata una nuova legge (ibid., p. 339). Complementare al tema del conflitto delle leggi "nel tempo", fu l'interesse del G. per la materia del conflitto delle fonti "nello spazio", a partire dallo studio del 1866 sugli Annali della giurisprudenza italiana (poi Gli artt. 6-12 del titolo preliminare del Codice civile italiano, Firenze 1868), e più tardi, nel 1906 a Roma, nella memoria letta in qualità di socio all'Accademia dei Lincei: in questo testo, segnando una svolta anche linguistica in dottrina, il G. sostituiva alla denominazione "diritto internazionale privato" la nuova locuzione di "diritto civile internazionale italiano" e fissava, per il giudice italiano chiamato ad applicarlo, canoni interpretativi improntati, nel caso frequente di lacune di legge, ai principî generali di diritto (Introduzione al diritto civile internazionale italiano, Roma 1906).

Dal 1875 l'urgenza di un "mutamento d'atmosfera fisica e morale" spinse il G. a recarsi a Firenze per insegnare, tre volte al mese, diritto naturale e poi filosofia del diritto presso la Scuola di scienze sociali "Cesare Alfieri". I temi delle lezioni fiorentine, Intorno ad alcuni più generali problemi della scienza sociale (Torino 1876; s. 2ª, Firenze 1881; s. 3ª, Bologna 1887), si coniugano senza forzature con le passioni del giureconsulto, civilista e filosofo del diritto.

Il paradigma sociologico, negli anni della sua incerta navigazione all'interno della cultura italiana, veniva puntualmente corretto ed emendato dal G. attraverso una serie di "indagini parziali" (ibid., s. 2ª, p. 193) e la richiesta di una scienza non più solo descrittiva e storica ma "speculativa" (Dell'odierno indirizzo degli studi sociologici, discorso inaugurale del 18 nov. 1900 all'Istituto C. Alfieri, Firenze 1903, p. 5). L'ingresso prudente nel linguaggio del giurista di parole "nuove" - opinione pubblica, sentimento sociale, senso comune, una sorta di rinverdita "sapienza volgare" di ascendenza vichiana - garantivano l'arricchimento della originaria costituzione individualistica del diritto e la relazione sociale si presentava come un complemento ragionevole dell'"amore di sé" (cfr. gli appunti stenografici presi da G. Brunetti delle lezioni di filosofia del diritto 1887-88, nn. 19, 21).

Il 15 dic. 1887, divenuto titolare della cattedra di diritto civile a Pisa, il G. lesse la sua prolusione (poi in Archivio giuridico, XXXIX [1887], pp. 517 ss.).

Lettore di Savigny - nel 1862 aveva identificato la sorgente dei codici nei bisogni, negli usi e nelle convinzioni degli uomini (cfr. Studi di legislazione civile…, p. 9) - il G. riconduceva le leggi al dispositivo extrapositivo dei "principii generali del diritto" e invocava per le codificazioni, tendenzialmente "imperfette", il lavoro necessario dell'interprete e dello scienziato.

Su queste premesse, in una versione successiva del testo della prolusione, invitava i giuristi a "espandere" il campo del diritto civile, oltre i confini assegnati dallo stesso diritto romano, fino a comprendere anche "gli effetti morali, fisici e patrimoniali che all'individuo provengono da relazioni di ordine pubblico" (Intorno al concetto e all'orbita del diritto civile, in Questioni di diritto civile, Torino 1897, I, pp. 9 s.). Simili intenti e proposte si presentavano spesso sotto forma di eleganti questioni interpretative che il G. discuteva in note a sentenza pubblicate su riviste - come nel caso della Giurisprudenza italiana, diretta da lui stesso e da L. Mortara a partire dal 1892 - e raccolte in cinque volumi (1882-1905) a Torino nelle Questioni di diritto civile (i primi tre) e nelle Nuove questioni di diritto civile (gli ultimi due).

Divorzista nelle pagine giovanili degli Studii di legislazione civile comparata (1862), tuttavia, ancora nel 1880, riservava l'introduzione del divorzio all'Italia futura (La propaganda del divorzio in Italia, in Annuario per le scienze giuridiche sociali e politiche, Milano 1880, I, pp. 32 s.). Ma in Il divorzio nella legislazione italiana (Pisa 1885) mutava opinione e nel 1891 aderì al Comitato per la difesa del matrimonio. Nello stesso arco d'anni, in un saggio sotto forma di lettera all'amico avvocato A. Mosa, si era schierato per la precedenza del matrimonio civile (I due matrimoni civile e religioso nell'odierno diritto italiano, Pisa 1876); più tardi, suggeriva piuttosto l'abolizione del matrimonio civile obbligatorio, a favore del sistema facoltativo (Il quarto progetto di legge sulla precedenza del matrimonio civile al religioso, in Rassegna nazionale, 16 sett. 1889, pp. 225 ss.).

Indagatore degli aspetti sociali del sentimento religioso (Il padre Agostino da Montefeltro, Pisa 1886), il G. ne coglieva anche il significato civile, interrogandosi sui rapporti tra questione religiosa e Italia liberale. Prevaleva in lui il "sentire nazionalmente" di quegli intellettuali italiani - così A. Gramsci, in Quaderni del carcere, Torino 1975, a cura di V. Gerratana, III, pp. 1894-96 - patrioti e cattolici, diffidenti verso le pretese clericali e temporaliste, ma altrettanto fermamente contrari all'agnosticismo dei gruppi dirigenti liberali dopo l'Unità.

In un lungo articolo-manifesto sulla crisi del liberalismo, pubblicato a puntate sulla Rassegna nazionale nel 1887 (Un'aurora? Re e Papa o Papa Re?, rispettivamente: 16 giugno, p. 789; 1° luglio, pp. 127 s.; 16 luglio, pp. 358 ss.; 1° agosto, p. 683), il G. distingueva le angustie infinite della "questione romana fra il Governo… e il Papa" dalla frattura "tutta ed esclusivamente italiana" fra coscienza religiosa e coscienza civile.

Insignito di numerosi titoli e onorificenze, cavaliere del merito civile di Savoia, fu socio nazionale dell'Accademia dei Lincei e membro dell'Accademia delle scienze di Torino. Nel 1897 fu nominato delegato del governo italiano al Congresso internazionale di Bruxelles per la protezione della proprietà industriale e nel 1899, da parte del ministero degli Affari esteri, consigliere del contenzioso diplomatico. Fu nominato senatore il 14 giugno 1900 per la 18ª categoria (membri dell'Accademia delle scienze); nella XXII legislatura il Senato lo nominò membro ordinario della commissione permanente dell'Alta Corte di giustizia.

Collocato a riposo nel febbraio 1917, fu professore emerito della facoltà di giurisprudenza di Pisa. Alla scomparsa della moglie, si ritirò con i figli a Tormo, vicino Lodi, nella villa che era stata della famiglia materna, diradando sempre più gli impegni parlamentari e la presenza nella vita pubblica.

Il G. morì a Torino il 18 febbraio 1920.

Tratto da Enciclopedia Treccani

A cura di: Azzabi Kerim, Gabba Carlotta, Schibani Martina

Progetto di Alternanza Scuola Lavoro, anno scolastico 2016-2017

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