Francesco GEMELLI

Classe di Scienze fisiche, matematiche e naturali
Professore emerito di eloquenza latina nell'Università di Sassari

Socio corrispondente dal 07/12/1783
Nato a Orta (NO) il 01/0471736
Deceduto a Novara il 21/08/1808

Biografia

Educato dall'infanzia nel collegio di Arona dei padri gesuiti, finì col seguire il destino dei cadetti del tempo e fu ricevuto nella provincia di Milano della Compagnia il 15 ott. 1751 (pronunciò i voti definitivi a Sassari il 15 ag. 1769).

Completati i corsi di umanità e di filosofia, passò a insegnare nelle scuole torinesi dell'Ordine, prima grammatica latina e poi retorica. Il suo battesimo letterario avvenne con la pubblicazione dell'Orazione da lui pronunciata nella chiesa di S. Maria della Visitazione a Milano per celebrare la canonizzazione di Jeanne-Françoise Frémiot de Chantal (Milano 1767).

In quegli anni era in corso una radicale operazione di riforma dell'Università di Sassari, dove alcune branche dell'insegnamento erano appannaggio della Compagnia, che vi esercitava il diritto di nomina degli insegnanti. Il conte G.B. Bogino, dal 1759 ministro per la Sardegna, ottenne che tali scelte fossero da allora in avanti sottoposte alla regia approvazione, nell'intento di portare avanti l'operazione (peraltro già in qualche modo iniziata dai gesuiti) di diffusione della lingua italiana nell'isola e di preparazione delle riforme che egli intendeva attuare.

Fu in questo contesto che, quando nel 1768 il padre A. Berlendis fu trasferito da Sassari alle scuole di Cagliari, il G. fu scelto per sostituirlo e venne trasferito da Torino al collegio di S. Giuseppe di Sassari, dove dapprima si occupò degli studi inferiori, per poi salire sulla cattedra di eloquenza latina, fino a divenire prefetto degli studi. Al G. in procinto di lasciare Torino il ministro aveva suggerito di illustrare con qualche scritto la storia e la cultura della Sardegna; dopo la pubblicazione di un lavoro di tal genere (Orazione in lode di s. Gavino martire recitata il 10 ott. 1769 nella metropolitana di Sassari, Livorno 1769), venne precisandosi, attraverso un interessante carteggio fra i due (conservato presso l'Archivio di Stato di Torino; cfr. Venturi, p. 904), un progetto che prevedeva uno studio approfondito non solo della storia, ma dell'economia e della cultura dell'isola con particolare attenzione per l'agricoltura e l'allevamento, che della Sardegna erano le principali risorse e che il Bogino sperava di riformare seguendo criteri aggiornati.

Tuttavia alla base del progetto vi fu un malinteso: il ministro pensava a un'opera informata a intenti eminentemente pratici, di piccola mole, quasi un manuale d'informazioni e di consigli cui dare la massima diffusione fra i proprietari sardi, mentre il G., che non intese o non volle intendere quelle direttive, diede inizio a un'ampia ricerca che avrebbe portato alla stesura di un'opera complessa, approfondita ed eminentemente teorica. Nonostante i richiami del Bogino, che seguiva il lavoro esaminando via via le parti completate che gli venivano inviate, il G. proseguì nella propria impostazione. Le tristi condizioni della Sardegna l'avevano profondamente colpito (anche personalmente aveva sperimentato il flagello della malaria con violente febbri terzane che l'accompagnarono per tutta la vita); il Nord del Sassarese in particolare versava in condizioni che richiedevano interventi urgenti, specialmente a causa dell'atteggiamento retrivo e vessatorio della nobiltà feudale, in parte spagnola, riottosa e pervicacemente attaccata agli antichi usi, che lasciava incolti territori immensi a vantaggio di un'arretrata pastorizia.La prima parte del lavoro del G. era dedicata a un'analisi approfondita dell'economia sarda, che l'autore riteneva possibile far rifiorire, basando tale convinzione su un'ampia ricerca erudita compiuta sulle fonti d'epoca romana (ma anche greca e fenicia), che dimostravano come l'isola fosse allora ricca, fiorente e molto più popolata (in realtà studi posteriori hanno sottolineato come egli, ignorando alcune fonti, aveva sopravvalutato i dati antichi).

Nella primavera del 1771 il G., dopo aver dato alle stampe La felicità, stanze per la venuta a Sassari del viceré V.L. d'Hallot [des Hayes] (Sassari 1770), volle effettuare una ricognizione di studio per tutta l'isola, viaggio che gli permise di identificare le cause principali della situazione che deplorava: oltre all'esagerata estensione delle terre incolte e agli abusi feudali, l'assoluta mancanza di abitazioni rurali sui territori coltivati (i contadini risiedevano in villaggi spesso lontanissimi dai loro campi) e di delimitazioni (che esponeva le colture al calpestio e ai guasti delle greggi prive di stalle e di pascoli definiti), ma soprattutto la radicata tradizione della comunanza delle terre, col sistema della rotazione annuale a sorteggio dei campi, che impediva qualsiasi rapporto durevole e costruttivo fra contadini e terra e non consentiva investimenti. Inoltre gli attrezzi agricoli gli erano apparsi arcaici e inadeguati, i vini inadatti a subire il trasporto, gli ulivi e i gelsi scarsi, l'irrigazione pressoché inesistente, i buoi da lavoro mal curati, l'irrazionale trebbiatura dei grani.

Il Bogino fu molto colpito da queste osservazioni, che costituivano la seconda parte dell'opera, e volle rendere il G. più libero di lavorarvi, ottenendogli le patenti del 3 dic. 1771 che lo nominavano professore d'eloquenza nell'Università di Sassari; ma allo stesso tempo gli manifestò perplessità per alcuni tocchi ed espressioni le quali, andando al vivo de' vizi e difetti della nazione, potrebbero irritare anziché persuadere (Venturi, p. 895). E in effetti la società sassarese gli si mostrò ostilissima, lo tenne quasi al bando e disertò le sue accademie agrarie; egli sperò molto nell'arrivo a Sassari del nuovo arcivescovo G.M. Incisa Beccaria (1772), che sapeva essere di cultura e formazione aperte al rinnovamento, ma la situazione non subì grandi cambiamenti. Stava già completando la terza e ultima parte del suo lavoro, tutta dedicata all'illustrazione dei metodi per correggere le situazioni suddette; avrebbe avuto bisogno di dati e statistiche che erano in possesso del viceré (specialmente di quelli sulle esportazioni di grani e formaggi), ma quello glieli rifiutò, e anche il Bogino, al quale ricorse, confermò con lettera 6 genn. 1773 quel rifiuto, spiegandogli che era dovuto a motivi di fiscalità che la politica ancora radicalmente mercantilistica imponeva.

Malgrado ciò, il G. concluse l'opera e nel gennaio 1773 si recò a Torino per predisporne la stampa. Purtroppo, il 20 febbraio successivo la morte di Carlo Emanuele III pose repentinamente fine alla carriera politica del Bogino e con lui ai progetti del Gemelli. Rientrato a Sassari, egli pronunciò il 22 aprile un dolente elogio funebre del re (Per le esequie di s.m. Carlo Emmanuele III..., ibid. 1773); ma già il 21 luglio la soppressione della Compagnia di Gesù venne a sconvolgere totalmente la sua vita. Anche se il governo sardo si mostrò riguardoso con lui, egli non volle tuttavia restare in Sardegna e rientrò sul continente col suo manoscritto, del quale dapprima presentò un estratto all'Accademia dei Georgofili a Firenze, ricevendo attestazioni di grande apprezzamento (lettera del segretario S. Mainetti dell'11 giugno 1776), e l'ascrizione per acclamazione a socio corrispondente. Finalmente l'opera poté vedere la luce con il titolo, Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento della sua agricoltura, libri tre..., I-II, Torino 1776.

L'attenzione degli economisti e degli studiosi di agronomia fu vivissima, non solo in Italia, e accompagnata da giudizi lusinghieri, anche se da alcuni fu sottolineato il carattere eccessivamente teorico del trattato, che difficilmente avrebbe potuto trovare applicazione pratica nel contesto sardo del tempo (infatti non ne trovò, se non in piccola parte sotto Carlo Felice). Fra i commentatori contemporanei si segnalarono G. Tiraboschi (nel Nuovo Giornale de' letterati d'Italia di M0dena, XIII [1778], pp. 194-207) e le Effemeridi letterarie di Roma (VI [1777], pp. 77-79, 83-86); ma poi anche le Novelle letterarie di Firenze (n.s., VIII [1777], coll. 433 s., 533 s.) e molti altri giornali, anche stranieri. Tuttavia, come aveva temuto il Bogino, in Sardegna non mancarono vivaci oppositori alla teoria del G. che per risanare l'economia dell'isola si dovessero liquidare le antiquate strutture vigenti: i più significativi furono A. Porqueddu con il suo Tesoro della Sardegna (Cagliari 1779), A. Manca dell'Arca con Agricoltura di Sardegna (Napoli 1780) e soprattutto G. Cossu, gran conoscitore dell'isola a livello pratico, che sostenne in numerose pubblicazioni un diverso sistema di riforme basato sugli strumenti tecnico-amministrativi esistenti.

Dopo qualche esitazione il G. finì con lo stabilirsi a Milano nella speranza di un impiego conveniente (sembra che per un periodo abbia avuto l'incarico di insegnare l'italiano ai figli del governatore, l'arciduca Ferdinando d'Asburgo Lorena), legandosi di amicizia con alcuni distinti personaggi, come l'archeologo G. Ferrari, l'erudito ex gesuita J. Andrés e l'astronomo G.A. Cesaris, e mantenendo una fitta corrispondenza con molti ex gesuiti esuli, specialmente spagnoli, nella quale non nasconde il suo odio per i nemici della Compagnia, specialmente per P. Verri e il barnabita P. Frisi. A Milano egli frequentò la società e la corte e pubblicò alcune operette minori: Laudatio funebris marchionis Ioannis Conradi de Olivera Senatus Mediolanensis praesidis... (Milano 1784), Iosepho II Caesare Insubriam iterum invisenti carmen (in Nuovo Giornale de' letterati d'Italia di Modena, XIX [1784], pp. 243-255) in occasione della visita dell'imperatore a Milano, composizione colma di lodi per la politica di riforme di quello; due memorie: Il pensiere per resistere ai funesti effetti dell'abbondanza e della carestia (ibid. 1784) e Continuazione del suddetto pensiere (ibid. 1785), in cui, riprendendo alcuni spunti di G. Filangieri, auspicava l'abolizione dei dazi sul frumento e accordi internazionali per scongiurare le ricorrenti carestie; e il Panegirico del beato Nicolò Fattor da Valenza... (ibid. 1787).

Nel 1787 l'eredità della madre venne ad alleviare la sua scomoda condizione di letterato esule, e gli consentì qualche viaggio, uno a Modena per visitarvi il Tiraboschi, e uno a Firenze per incontrare il famoso matematico e idraulico L. Ximenes e frequentare l'Accademia dei Georgofili. Nel 1791, infine, per intervento della Corte di Torino gli fu conferita una prebenda canonicale del capitolo di N0vara, 0nde si trasferì in quella città, vicina alla sua patria d'origine, nella quale si integrò presto felicemente, tanto da divenire il paladino delle prerogative della Chiesa novarese con la pubblicazione di Dell'unica e costantemente unica chiesa cattedrale di Novara. Dissertazione apologetico-storico-critica... (s.l. 1798), in polemica col canonico J.M. Francia. Divenne anche apprezzato consigliere del vescovo V. Melano (1797), cui si era legato in Sardegna, e si rese molto popolare quando, essendo la città stata sconvolta da moti e saccheggi il 25 luglio 1797, egli si precipitò a Torino e riuscì, grazie ai suoi appoggi a corte, a scagionare la popolazione ottenendo il perdono regio. 

 

Tratto dal Dizionario biografico degli italiani

 

 

Pubblicazioni consultabili on-line

Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, (vol. I, vol. II, Torino, 1776

 

Dalla Teca Digitale