Emergenza sanitaria

Emergenza sanitaria e fibrillazione democratica. Un'analisi

Pier Paolo Portinaro (Università di Torino)

16 dicembre 2020, ore 17.30

Première YouTube sul canale dell'Accademia delle Scienze,
seconda conferenza de I Mercoledì dell'Accademia 2020-21 

Abstract

L’emergenza pandemica che ha generato e sta generando la più grave crisi mondiale dalla fine della seconda guerra mondiale ha trovato impreparati gli Stati del pianeta, incluse le democrazie dell’Occidente. Il fatto che queste democrazie, che con buone ragioni si sono considerate finora alla testa dell’evoluzione istituzionale, si siano trovate tutte, sia pure con modalità di reazione parzialmente diverse, in gravi difficoltà nell’affrontare la pandemia, è naturalmente motivo di preoccupazione e di ripensamenti.

Possiamo dire intanto che la crisi sta mettendo in luce l’estrema ambivalenza del nostro rapporto con il Potere. Quella che chiamiamo modernità politica si è costituita sotto la spinta di ideologie che hanno messo più o meno radicalmente in discussione il Potere: il liberalismo, per il quale esso alberga sempre una minaccia alle libertà dell’individuo, il socialismo, per il quale esso è arcaico dominio dell’uomo sull’uomo (anche quando si maschera nella forma di dominio impersonale del denaro o della merce), il nazionalismo, per il quale le nazioni oppresse si debbono liberare dal giogo delle potenze che le assoggettano (inglobandole in un impero) o le sfruttano (sottomettendole comunque ai loro interessi). L’eredità di queste ideologie è ben presente nella diffusa statofobia del nostro tempo.

Ma poi arriva la pandemia e si solleva un coro di domande d’intervento pubblico rivolto al Potere distributore (oggi lo chiameremmo ‘ristoratore’). La gestione dell’emergenza evidenzia però la debolezza del sistema politico, sempre più supportato ma anche assediato e spesso contraddetto dalle espertocrazie che danno voce alle esigenze dei diversi sottosistemi (economico, culturale, sanitario ecc.). Rassicurati da una protratta normalità abbiamo creduto che la democrazia costituzionale fosse la forma di governo ideale per la gestione politica di quella complessità che non tollera più le briglie strette di un potere sovrano.

L’emergenza viene ora a impartirci una lezione sconcertante: che la politica non si può rassegnare ad essere soltanto un sottosistema tra gli altri; ma che, al tempo stesso, quella complessità sistemica è più grande e più potente di lei, e la trova disarmata. Per questo dobbiamo riconoscere che la logica politica delle emergenze è regressiva. E non si tratta qui della limitazione o della sospensione temporanea di diritti – che induce gli apocalittici a denunciare lo stato d’eccezione della dittatura sanitaria – ma del fatto che quella sconnessione tra volontà sovrana e impotenza reale degli organi a cui è delegato il governo rischia di venire smascherata.

La crisi sembra così dettare una nuova agenda, che presuppone:

a) il ripensamento delle politiche economiche, sia per quanto riguarda in generale la ridefinizione del rapporto tra Stato e mercato, alla ricerca di soluzioni innovative che evitino la ricaduta nelle disfunzionalità del modello keynesiano di welfare a base industriale, sia per quanto riguarda il governo dei processi di globalizzazione (e quindi anche la divisione internazionale del lavoro).

b) il ripensamento degli assetti istituzionali. L’emergenza ha sottratto ai sistemi federali, investiti da un’inedita conflittualità, e al principio di sussidiarietà quell’aura di primato di cui godevano soprattutto in quei paesi che scontavano nella loro storia le conseguenze di un rigido centralismo.

c) il ripensamento della cultura politica delle democrazie, volta a correggere determinati eccessi – a cominciare dal primato delle istituzioni di garanzia rispetto alle istituzioni di governo. Abbiamo ravvisato per decenni l’eccellenza del modello ‘democrazia costituzionale’ nel primato che essa assegnava alle istituzioni di garanzia rispetto alle istituzioni di governo. L’emergenza pandemica – come del resto ogni emergenza – reclama invece una concezione esecutivista del potere e del governo. Ma a quale prezzo?

 

 

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