Bernardino Drovetti in Egitto

In Egitto duecento anni fa: Drovetti e Vidua alle origini del «museo egiziano»

Il 22 gennaio, alle ore 17.00, il Prof. Alessandro Roccati (Università di Torino) terrà la prima conferenza de I Mercoledì dell'Accademia 2020.

 

Abstract

Duemila anni dopo la scoperta da parte di Roma della vetusta ma ancora viva civiltà faraonica dell'Egitto si è ripetuto l'incontro dell'Europa con un Egitto archeologico ridotto oramai a rovine, ma riscoperto con occhi nuovi, da una prospettiva romantica e illuminata. Fin da subito il saccheggio si è accompagnato ad uno studio attento e costruttivo, nel quale personaggi provenienti da varie parti d'Italia hanno occupato la scena e sono stati spesso in prima fila benché al servizio di interessi contrapposti.

Se il padovano Giovan Battista Belzoni si trovò ad operare isolatamente con l'appoggio del console britannico Henry Salt, il suo avversario Bernardino Drovetti, già stato console generale di Francia e divenuto potente consigliere del viceré Mehmet Ali, coronò alla fine il successo delle sue ricerche con l'acquisto da parte della monarchia sabauda della collezione di antichità, ineguagliata ai suoi tempi, che aveva potuto radunare, facendola pervenire in Piemonte, la sua terra natale. Prima ancora di approdare in Italia, essa fu già definita «museo egiziano», il primo di questo genere per le dimensioni che eccedevano qualsiasi Wunderkammer precedente. L'intuizione del prestigio inerente a tale novità si deve però ad un aristocratico piemontese, il conte Carlo Vidua che negli stessi anni aveva visitato l'Egitto, rimanendo stupefatto dall'imponenza dei resti archeologici, e si era adoperato con l'aiuto di amici influenti per persuadere il Re (Vittorio Emanuele) a compiere l'oneroso passo dell'acquisizione, equivalente ad un atto politico.

A differenza di altre raccolte antiquarie, fin dall'origine fu prevista a Torino una commissione di dotti nell'ambito dell'Accademia delle Scienze per investigarne immediatamente il potenziale scientifico. I risultati furono una positiva verifica del deciframento delle scritture prealfabetiche, appena conseguito a Parigi da Jean François Champollion, che si era formato nella vicina Grenoble; e uno scossone dato alla  visione neoclassica del Winckelmann da parte di una impostazione artistica che non era affatto da ritenersi inferiore a quella greca.

Diverse pubblicazioni uscite recentemente a cura dell'Accademia delle Scienze per celebrare il bicentenario di quegli eventi, illustrano diffusamente, e talora con minuti particolari l'intreccio di quelle avventurose vicende. A tanto soccorrono sia nuove scoperte di documenti d'archivio, alcuni depositati presso la stessa Accademia, sia il progresso degli studi egittologici che non è mai venuto meno nell'ambito della stessa. Come il deciframento della scrittura geroglifica aprì la porta alla conoscenza diretta della civiltà egizia, l'indagine sui materiali e sui luoghi d'origine permette di meglio illuminare la natura della collezione torinese, quale i primi esecutori difficilmente poterono concepire. Essa non è il paradigma dell'egittologia, ma ne costituisce un aspetto rilevante al cui approfondimento hanno continuamente contribuito i migliori specialisti in un ambito internazionale, segno sicuro dell'eccellenza delle testimonianze possedute. Parecchi di essi sono stati accolti tra i soci dell'Accademia delle Scienze.

Accanto ai materiali che illustrano monumenti raffinati dell'arte e a quelli attinenti alla cultura materiale, con l'abbondanza di un museo etnografico grazie al clima arido dell'Egitto, sono quelli scritti che maggiormente aiutano a recuperare la pertinenza originaria, collegando egualmente la collezione torinese ad altre realtà. Meglio delle indagini archeometriche, la loro ricomposizione e interpretazione, frutto di un'applicazione meticolosa e quasi invisibile, induce a  ricordare almeno qualcuno tra i meritevoli studiosi che ho personalmente conosciuto fuori dall'Accademia delle Scienze, come il ceco Jaroslav Cerny, Peter Willem Pestman e ancora Sara Demichelis, tuttora attiva nell'ambito della Soprintendenza.

 

 

Sala dei Mappamondi, ingresso da Via Accademia delle Scienze 6

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