Mercato del lavoro

Perchè è così difficile fare funzionare il mercato del lavoro

Il 26 febbraio, alle ore 17.00, il Prof. Bruno Contini (Università di Torino) terrà la quinta conferenza de I Mercoledì dell'Accademia 2020.

Abstract

Da molti anni l’Italia vive una situazione contradditoria che sembra quasi unica nel suo genere. Da un lato una rigidità eccessiva di tutto il corpus normativo, dall’altro una altrettanto eccessiva flessibilità (che a volte sconfina nell’anarchia) nell’attuazione pratica di qualsiasi azione che dovrebbe esserne regolata. Il mercato del lavoro non si sottrae a questi aspetti contradditori ed il suo funzionamento è sempre più difficile da gestire.

In Italia ci sono 18 milioni di lavoratori dipendenti e oltre 5 milioni di autonomi.                  I Lavoratori che a vario titolo possono essere considerati i “precari” sono 2.8 milioni con contratto a termine tra i dipendenti e 1.5 milioni di parasubordinati. A questi bisogna aggiungere oltre 2 milioni di lavoratori nell’economia sommersa.  In tutto un esercito di oltre 6 milioni di persone, un quarto di tutta l’occupazione italiana. 

Il numero dei precari aumenta ogni anno dagli anni Novanta, e quello degli stabili si riduce alla stessa velocità. La maggioranza degli stabili (gli insiders, nel gergo degli economisti) sono persone con oltre 35 anni, e moltissimi ultra 50-enni; i più guadagnano tra 1.300 e 2.500 euro al mese, e possono contare su una pensione che dovrebbe consentire loro di vivere decorosamente. I precari (outsiders) godono di pessime paghe, lavoro che va e che viene, nessuna seria prospettiva di carriera, né futuro pensionistico.  La grande maggioranza dei precari sono giovani, donne, e, da qualche anno, un numero crescente di anziani.   Questa è la segmentazione del mercato del lavoro di cui si parla tanto, e l’Italia ne fornisce un ottimo esempio.

Il tasso di disoccupazione oscilla intorno al 10% (con quello giovanile ben oltre il 20%), ma questa misura è oltremodo ottimistica. Non tiene conto di tutti coloro che, disoccupati a tutti gli effetti, non si registrano negli ex-Uffici di Collocamento perché: (i)  l’accesso al sussidio di disoccupazione è riservato a una minoranza di lavoratori dipendenti con almeno due anni di contribuzione INPS; (ii) le chances di trovare un lavoro regolare sono minime.

I giovani alla ricerca di lavoro sanno che, se andrà loro bene, entreranno nella schiera dei precari.

Il problema più grave del mercato del lavoro è la frammentazione delle carriere lavorative: molti tra quelli che entrano nel mercato, ne escono dopo un breve periodo di tempo diventando “inoccupati”. Sovente per non rientrarvi mai più. La condizione di “inoccupato” è diversa da quella di “disoccupato”.  La durata dell’inoccupazione è drammatica: da 10 a 15 anni per molti trentenni,  da 15 a oltre 25 anni  per i 40-50-enni.  L’inoccupazione riguarda circa 4 milioni, tre volte la media europea. E nascondono un tasso di disoccupazione reale che sicuramente supera il 20%, il doppio della disoccupazione “ufficiale”.

Vi sono almeno due motivi di preoccupazione per questa crescita: (i) perché significa che l’impresa non ha fatto nulla per insegnare qualcosa di utile ai nuovi assunti, né, presumibilmente, che intende farlo con i futuri sostituti; (ii) che in molti casi, le persone che sono state dismesse impiegano anni per trovare un nuovo posto di lavoro, e, non di rado, non lo trovano mai più andando a ingrossare le fila degli inattivi e/o disoccupati per la vita. Tutto ciò implica un colossale spreco di risorse per l'economia del paese e una grave carenza di investimenti in capitale umano da parte delle imprese. Per non parlare della drammatica sorte di coloro che vengono espulsi per anni dal lavoro e si ritrovano così senza prospettive per il proprio futuro.

Questo meccanismo perverso è stato facilitato dalle politiche applicate dagli anni Ottanta in poi, suggerite dalla stessa Commissione Europea, al fine di favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro: il costo del lavoro per i nuovi assunti doveva essere fortemente sussidiato con la fiscalizzazione dei contributi previdenziali e la possibilità di pagare salari di ingresso al di sotto di quelli previsti dalla contrattazione collettiva. Inoltre era importante che vi fosse flessibilità in uscita, a costi di licenziamento modesti. Per le imprese diventava così conveniente liberarsi presto di una persona rimasta con la stessa (im)preparazione con cui era entrata, e sostituirla con un nuovo assunto di pari qualifica, piuttosto che proseguire con un contratto che, per effetto di uno scatto di anzianità,  ancorchè minimo, sarebbe venuto a costare qualcosa di più. 

 

 

Sala dei Mappamondi, ingresso da Via Accademia delle Scienze 6

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