Farmaci

Farmaci: danni e vantaggi nell'anziano

Lunedì 16 novembre 2020, alle 16.00, si tiene la nona conferenza del ciclo "Scienze&Salute. Longevità e senescenza: come invecchiare in salute"

 

Luigi Maria Pernigotti
(Accademia di Medicina e Primario Emerito di Geriatria - A.O. Città di Torino)

e
Francesco Scaroina
(Accademia di Medicina e
Primario Emerito di Medicina Generale - A.O. San Giovanni Bosco di Torino)

Farmaci: danni e vantaggi nell'anziano 
Dal bisogno all’eccesso: un’emergente necessità 
di razionalizzazione terapeutica

 

Introduce Antonino Cotroneo 
(Accademia di Medicina e Primario di Geriatria – A.S.L. Città di Torino)

 

 

A seguito delle ultime limitazioni del DPCM del 18 ottobre, oltre che per un forte senso di responsabilità civica, il pubblico potrà assistere alla conferenza solo da remoto.
Per la diretta streaming collegati al canale youtube dell’Accademia

 

Vai al calendario completo del ciclo 

 

 

 

Abstract: 

È più che palese che nelle malattie l’assunzione di farmaci contribuisce a raggiungere uno stato di benessere e di miglioramento della condizione di salute. Anche nella cronicizzazione delle patologie delle persone anziane i farmaci consentono di raggiungere la longevità, ma negli ultimi anni molti studi mettono anche in evidenza che in tale popolazione l’impiego di farmaci può essere inefficace e causare ulteriori condizioni di malattia e di ospedalizzazione.
Le vaccinazioni, gli antipertensivi, gli antidiabetici, i regolatori dell’umore, gli antiaggreganti e anticoagulanti, i farmaci per il controllo del dolore, ecc., hanno trasformato patologie letali, se lasciate al loro decorso naturale, in malattie cronicizzate consentendo una vita con una qualità accettabile.
Purtroppo l’altro lato della medaglia, ancora poco discusso nella comunità, è quello della consapevolezza da parte dei clinici che l’uso di certi farmaci, o associazioni, possono contribuire a innescare eventi avversi. Ad esempio: per scelta inappropriata del farmaco o trattamento inappropriato, per sovradosaggio o indeterminata durata dell’assunzione, o per molecola inadatta o per errore posologico, o per  interazioni farmacologiche  quali farmaco-farmaco, farmaco-alimento, farmaco-malattia, ecc.
Per gli individui di tutte le età nessun tipo di sostanza, farmacologica o derivata dalle erbe può considerarsi innocua (il farmaco era nell’antica etimologia considerato un “veleno”), e negli anziani le capacità di compensare eventuali effetti indesiderati è ridotta. Come, ad esempio, eventi avversi da sovradosaggio di farmaci.
L’eccezionale avanzamento della medicina degli ultimi 50 anni ha fatto pensare all’uomo malato che la sua vita biologica e le sue possibili alterazioni possono sempre avere una risposta terapeutica.
E ciò è vero, ma ha anche alimentato un consumismo sanitario spesso acritico che ha sviluppato una ipocondria collettiva, dimenticando che l’assistenza farmacologica è solo uno dei fattori determinanti la salute dopo l’eredo-familiarità delle malattie, gli stili di vita, l’ambiente, la scolarità e lo status sociale degli individui.
Per secoli la decisione clinica era stata pressoché un compito esclusivo del medico che sapeva cosa era il bene del malato.
Oggi è cessato questo “paternalismo” e al malato arrivano molte altre informazioni, corrette o strumentali, che inducono un crescente consumo di prestazioni sanitarie, nell’illusione di migliorare la salute pensando che, in medicina, sia sempre meglio fare di più.
Ora, in una attenta classe medica si è fatto strada un trend culturale che muovendosi sotto il consiglio “Less is more”, vuole sostenere una maggiore appropriatezza nello svolgimento della professione medica evitando le sovradiagnosi e le sovraprescrizioni.
Questi tentativi di cambiamento di rotta vedono, ovviamente, come primo beneficiario il paziente, specialmente quello cronico, anziano, polipatologico che, spesso, viene sottoposto a un programma terapeutico poli-farmacologico.
Per realizzare concretamente e convincentemente il messaggio “Fare di più non significa fare meglio!“ si è dovuto costruire un metodo che si appoggiasse sul concetto di “deprescrizione”, cioè la cessazione dei farmaci ritenuti a vario titolo non più necessari (deprescrizione, appunto).
Più specificatamente si può definire questa applicazione metodologica come un processo sistematico di identificazione e ‘discontinuazione’ di farmaci o regimi farmacologici in circostanze in cui evidenti o potenziali effetti negativi ne superino i benefici correnti e/o potenziali, tenendo conto degli obiettivi di cura, del livello di funzionamento, della aspettativa di vita, dei valori e preferenze del singolo paziente.
Pertanto, tanto più ampia diviene la disponibilità di farmaci tanto maggiore deve essere l’impegno speso perché si combattano i rischi di un loro impiego privo di senso clinico, mediante una corretta Educazione Sanitaria dei cittadini, e con disponibilità di riferimenti medici della persona che mediante inquadramento complessivo delle diverse condizioni mediche tutelino la persona, soprattutto anziana, dal rischio d’interazioni farmacologiche causate da frammentazioni prescrittive da parte di diversi medici specialisti d’organo consultati. 

 

 

 

Abstract: 

È più che palese che nelle malattie l’assunzione di farmaci contribuisce a raggiungere uno stato di benessere e di miglioramento della condizione di salute. Anche nella cronicizzazione delle patologie delle persone anziane i farmaci consentono di raggiungere la longevità, ma negli ultimi anni molti studi mettono anche in evidenza che in tale popolazione l’impiego di farmaci può essere inefficace e causare ulteriori condizioni di malattia e di ospedalizzazione.
Le vaccinazioni, gli antipertensivi, gli antidiabetici, i regolatori dell’umore, gli antiaggreganti e anticoagulanti, i farmaci per il controllo del dolore, ecc., hanno trasformato patologie letali, se lasciate al loro decorso naturale, in malattie cronicizzate consentendo una vita con una qualità accettabile.
Purtroppo l’altro lato della medaglia, ancora poco discusso nella comunità, è quello della consapevolezza da parte dei clinici che l’uso di certi farmaci, o associazioni, possono contribuire a innescare eventi avversi. Ad esempio: per scelta inappropriata del farmaco o trattamento inappropriato, per sovradosaggio o indeterminata durata dell’assunzione, o per molecola inadatta o per errore posologico, o per  interazioni farmacologiche  quali farmaco-farmaco, farmaco-alimento, farmaco-malattia, ecc.
Per gli individui di tutte le età nessun tipo di sostanza, farmacologica o derivata dalle erbe può considerarsi innocua (il farmaco era nell’antica etimologia considerato un “veleno”), e negli anziani le capacità di compensare eventuali effetti indesiderati è ridotta. Come, ad esempio, eventi avversi da sovradosaggio di farmaci.
L’eccezionale avanzamento della medicina degli ultimi 50 anni ha fatto pensare all’uomo malato che la sua vita biologica e le sue possibili alterazioni possono sempre avere una risposta terapeutica.
E ciò è vero, ma ha anche alimentato un consumismo sanitario spesso acritico che ha sviluppato una ipocondria collettiva, dimenticando che l’assistenza farmacologica è solo uno dei fattori determinanti la salute dopo l’eredo-familiarità delle malattie, gli stili di vita, l’ambiente, la scolarità e lo status sociale degli individui.
Per secoli la decisione clinica era stata pressoché un compito esclusivo del medico che sapeva cosa era il bene del malato.
Oggi è cessato questo “paternalismo” e al malato arrivano molte altre informazioni, corrette o strumentali, che inducono un crescente consumo di prestazioni sanitarie, nell’illusione di migliorare la salute pensando che, in medicina, sia sempre meglio fare di più.
Ora, in una attenta classe medica si è fatto strada un trend culturale che muovendosi sotto il consiglio “Less is more”, vuole sostenere una maggiore appropriatezza nello svolgimento della professione medica evitando le sovradiagnosi e le sovraprescrizioni.
Questi tentativi di cambiamento di rotta vedono, ovviamente, come primo beneficiario il paziente, specialmente quello cronico, anziano, polipatologico che, spesso, viene sottoposto a un programma terapeutico poli-farmacologico.
Per realizzare concretamente e convincentemente il messaggio “Fare di più non significa fare meglio!“ si è dovuto costruire un metodo che si appoggiasse sul concetto di “deprescrizione”, cioè la cessazione dei farmaci ritenuti a vario titolo non più necessari (deprescrizione, appunto).
Più specificatamente si può definire questa applicazione metodologica come un processo sistematico di identificazione e ‘discontinuazione’ di farmaci o regimi farmacologici in circostanze in cui evidenti o potenziali effetti negativi ne superino i benefici correnti e/o potenziali, tenendo conto degli obiettivi di cura, del livello di funzionamento, della aspettativa di vita, dei valori e preferenze del singolo paziente.
Pertanto, tanto più ampia diviene la disponibilità di farmaci tanto maggiore deve essere l’impegno speso perché si combattano i rischi di un loro impiego privo di senso clinico, mediante una corretta Educazione Sanitaria dei cittadini, e con disponibilità di riferimenti medici della persona che mediante inquadramento complessivo delle diverse condizioni mediche tutelino la persona, soprattutto anziana, dal rischio d’interazioni farmacologiche causate da frammentazioni prescrittive da parte di diversi medici specialisti d’organo consultati. 

 

 

 

Abstract: 

È più che palese che nelle malattie l’assunzione di farmaci contribuisce a raggiungere uno stato di benessere e di miglioramento della condizione di salute. Anche nella cronicizzazione delle patologie delle persone anziane i farmaci consentono di raggiungere la longevità, ma negli ultimi anni molti studi mettono anche in evidenza che in tale popolazione l’impiego di farmaci può essere inefficace e causare ulteriori condizioni di malattia e di ospedalizzazione.
Le vaccinazioni, gli antipertensivi, gli antidiabetici, i regolatori dell’umore, gli antiaggreganti e anticoagulanti, i farmaci per il controllo del dolore, ecc., hanno trasformato patologie letali, se lasciate al loro decorso naturale, in malattie cronicizzate consentendo una vita con una qualità accettabile.
Purtroppo l’altro lato della medaglia, ancora poco discusso nella comunità, è quello della consapevolezza da parte dei clinici che l’uso di certi farmaci, o associazioni, possono contribuire a innescare eventi avversi. Ad esempio: per scelta inappropriata del farmaco o trattamento inappropriato, per sovradosaggio o indeterminata durata dell’assunzione, o per molecola inadatta o per errore posologico, o per  interazioni farmacologiche  quali farmaco-farmaco, farmaco-alimento, farmaco-malattia, ecc.
Per gli individui di tutte le età nessun tipo di sostanza, farmacologica o derivata dalle erbe può considerarsi innocua (il farmaco era nell’antica etimologia considerato un “veleno”), e negli anziani le capacità di compensare eventuali effetti indesiderati è ridotta. Come, ad esempio, eventi avversi da sovradosaggio di farmaci.
L’eccezionale avanzamento della medicina degli ultimi 50 anni ha fatto pensare all’uomo malato che la sua vita biologica e le sue possibili alterazioni possono sempre avere una risposta terapeutica.
E ciò è vero, ma ha anche alimentato un consumismo sanitario spesso acritico che ha sviluppato una ipocondria collettiva, dimenticando che l’assistenza farmacologica è solo uno dei fattori determinanti la salute dopo l’eredo-familiarità delle malattie, gli stili di vita, l’ambiente, la scolarità e lo status sociale degli individui.
Per secoli la decisione clinica era stata pressoché un compito esclusivo del medico che sapeva cosa era il bene del malato.
Oggi è cessato questo “paternalismo” e al malato arrivano molte altre informazioni, corrette o strumentali, che inducono un crescente consumo di prestazioni sanitarie, nell’illusione di migliorare la salute pensando che, in medicina, sia sempre meglio fare di più.
Ora, in una attenta classe medica si è fatto strada un trend culturale che muovendosi sotto il consiglio “Less is more”, vuole sostenere una maggiore appropriatezza nello svolgimento della professione medica evitando le sovradiagnosi e le sovraprescrizioni.
Questi tentativi di cambiamento di rotta vedono, ovviamente, come primo beneficiario il paziente, specialmente quello cronico, anziano, polipatologico che, spesso, viene sottoposto a un programma terapeutico poli-farmacologico.
Per realizzare concretamente e convincentemente il messaggio “Fare di più non significa fare meglio!“ si è dovuto costruire un metodo che si appoggiasse sul concetto di “deprescrizione”, cioè la cessazione dei farmaci ritenuti a vario titolo non più necessari (deprescrizione, appunto).
Più specificatamente si può definire questa applicazione metodologica come un processo sistematico di identificazione e ‘discontinuazione’ di farmaci o regimi farmacologici in circostanze in cui evidenti o potenziali effetti negativi ne superino i benefici correnti e/o potenziali, tenendo conto degli obiettivi di cura, del livello di funzionamento, della aspettativa di vita, dei valori e preferenze del singolo paziente.
Pertanto, tanto più ampia diviene la disponibilità di farmaci tanto maggiore deve essere l’impegno speso perché si combattano i rischi di un loro impiego privo di senso clinico, mediante una corretta Educazione Sanitaria dei cittadini, e con disponibilità di riferimenti medici della persona che mediante inquadramento complessivo delle diverse condizioni mediche tutelino la persona, soprattutto anziana, dal rischio d’interazioni farmacologiche causate da frammentazioni prescrittive da parte di diversi medici specialisti d’organo consultati.