Psichiatria... dove, come, quando?

Dove e quando nasce la psichiatria?

Una tradizione ormai invalsa vuole Parigi e il 1778 come luogo e data di nascita della psichiatria. A determinare la scelta stanno tre circostanze simboliche ivi realizzatesi in quell'anno:
- la morte di Voltaire con la scomparsa del razionalismo della Encyclopédie e dell'illuminato scetticismo che avevano dominato la sua epoca;
- l'arrivo di Anton Mesmer (1734–1815) che innova nel capitolo delle nevrosi;
- l'approdo a Parigi di Philip Pinel (1745–1826), che inizia a occuparsi di malati mentali, e viene nominato il 25 agosto 1793 a Bicêtre presidente della Comune. Lì decide di liberare da ceppi e catene i pazzi (così come fanno Chiarugi a Firenze e Daquin a Chambery).

I pazzi «lungi dall'essere gente colpevole, degna di essere punita – osserva Pinel – sono poveri malati, le cui condizioni disgraziate meritano tutta la considerazione che si deve portare all'umanità sofferente: si dovrebbe cercare coi metodi più semplici di salvare la loro ragione».

La sua scuola e le sue opere si impongono rapidamente anche al di là dei confini francesi. Tra le sue opere si segnalano in particolare i tre volumi della Nosographie Philosofique del 1798, la prima e seconda edizione (1801 e 1808) del Traité Médico-Philosophique sur la manie basata sull'esperienza di Bicêtre e della Salpêtrière.

Le nuove classificazioni, la rinnovata organizzazione ospedaliera, la "cura morale" dei pazienti, l'analisi dell'anamnesi e delle passioni di questi, il metodico prender nota dei casi, il rispetto per i pazienti di Pinel portano un vento nuovo. Ci si inizia ad affrancare dai pregiudizi e dagli abusi assistenziali causati da ignoranza, negligenza e superstizione.

Così come in Germania, Inghilterra, Scozia, Irlanda, Belgio, America del Nord, ecc. il nuovo approccio si diffonde in Italia.

La situazione italiana

In Italia sin dal Medioevo esistevano (Bergamo dal 1352, Firenze dal 1387, Roma dal 1400, Padova dal 1410, Milano dal 1448, ecc.) istituzioni per i folli variamente definiti come «tocchi, mattocchi, matochine, tarlucchi, balzani, balordi, spiritati, merloche, mattarelli, ecc.» e che venivano tenuti «sulla nuda paglia» spesso legati «a catena a tutte e quattro le estremità». Sui folli solo dopo il '600 venivano eseguiti i primi tentativi di cura (consuetamente fisica o, al più, con un medicamento "segretto"). I contributi del De Peri e della Panzeri (in Tempo e catene del 1980, di De Bernardi e Panzeri (1979), di Babini e coll. (1982), e, fuori dai nostri confini, da Tenon (1788), da Tuke (1882) e Foucault (1976) conducono per mano nello studio di questo periodo dell'ambiguo rapporto della scienza medica con i folli, in maggioranza classificati come cronici e incurabili.

Il progetto illuministico di razionalizzazione dell'ospedale moderno e il pensiero riformatore a fine 700 portano al radicarsi del "manicomio", alla medicalizzazione del trattamento degli alienati ed, insieme, alla creazione delle "petites maisons", delle case di correzione e di lavoro e a una legislazione repressiva di provvedimenti di polizia. La nozione di follia e di psichiatria resta ambigua, così come quella di causa della patologia mentale, il che fa sì che di fatto vengano ricoverati, accanto agli alienati, i mendicanti, i vagabondi, i marginali, i poveri, tutti necessitanti di controllo ed esclusione sociale. E' pertanto l'internamento a costituire il principale strumento di identificazione sociale del folle, così come a creare l'immagine dello psichiatra quale professionista che si occupa di loro e ne valuta la pericolosità per la comunità.

Ma lentamente la situazione evolve. A Firenze il Granduca Leopoldo II nel 1750 ordina la costruzione di una nuova struttura a Santa Dorotea e quindi a S. Bonifacio, ed il Chiarugi intraprende la sua opera di riforma dell'assistenza; in Campania il Gualandi interviene sul manicomio di Aversa; in Sicilia il Pisani ed il Daita descrivono la Reale Casa dei Matti di Palermo; e a Milano il Verga rinnova l'asilo della Senavra.