L’Accademia delle Scienze di Torino: il concorso di Chimica Tintoria del 1791 e le richieste di privilegio

L'Accademia delle Scienze di Torino diventa sin dai primi tempi l'ente al quale lo Stato ricorre per la promozione e il controllo dello sviluppo tecnologico. L'Utilitas del motto Accademico si manifesta nell'interesse della comunità e diventa espressione dell'evidente legame della scienza con la tecnologia. Un primo esempio di interesse verso la tecnologia è il Concorso di Chimica Tintoria del 1791. Nel processo tessile l'aspetto chimico più vistoso è certamente la colorazione, effettuata per tintura o per stampa del tessuto, ottenuta con coloranti naturali sino alla realizzazione, nella seconda metà del XIX secolo, dei coloranti di sintesi.

Uno dei coloranti naturali più utilizzato da sempre era l'indaco, conosciuto già qualche millennio prima di Cristo dai popoli della valle dell'Indo, il cui principio colorante poteva essere ricavato da una cinquantina di specie vegetali (Indigofera, Isatis) di quei paesi, e molto diffuso anche in Europa. La materia prima per effettuare le tinture era pertanto evidentemente di importazione con le conseguenti difficoltà legate agli eventi storici della fine Settecento.

L'Accademia delle Scienze di Torino, sensibile anche ai problemi pratici del momento, si fa pertanto promotrice di un concorso per la sostituzione dell'indaco. Nell'adunanza del 21 febbraio 1791 si istituisce una «Deputazione per le tinture» di cui fanno parte gli accademici Morozzo, Saluzzo, Giobert, Bonvicino e altri. Si propone un premio di lire mille (l'assegnazione annuale dell'Accademia era di 18.000 lire) a chi risponda al quesito:

«Indicare il più facile ed economico mezzo per trarre dal guado, o da qualsivoglia pianta nostrale, una fecola azzurra, cosicché si possa con vantaggio sostituire all’indaco, di difficile importazione, negli usi tintori».

La relazione sull'operato della Deputazione è illuminante sia sull'osmosi tra scienza e tecnologia sia sullo stato dell'arte e dell'industria tessile del tempo.

Compaiono tra l'altro, in una relazione della Deputazione, nomi che diverranno noti nel settore ancora ai nostri giorni: un Ermenegildo Zegna a Trivero e un Basilio Bona a Sordevolo. Dopo varie vicende, a cui non sono estranei i travagliati momenti dell'epoca, il Concorso verrà chiuso nel 1796 con l'assegnazione del premio a un Morina di Napoli, del quale peraltro si perdono le tracce nei verbali dell'Accademia.

Le richieste di privilegio erano i brevetti di allora, per l'esame dei quali l'Accademia delle Scienze fu deputata sino alla metà del secolo XIX. Furono esaminate quasi 900 pratiche delle quali un dieci per cento relative alla Chimica. L'esame di ogni pratica richiedeva più di un anno e il parere favorevole alla fine veniva espresso per circa un quarto delle pratiche.

È indicativa la tipologia delle richieste legate all'evoluzione degli interessi della emergente società imprenditoriale. Era in atto una transizione da una realtà agricola a una già tesa a realizzazioni di tipo industriale. I settori tessile, chimico, e anche alimentare, ben presenti a inizio secolo denunciano verso la metà dell'Ottocento un calo di interesse di circa il 50%, mentre sono in forte ascesa i settori trasporti ed energetica, in particolare l'elettrico. L'epoca del tessile stava per cedere il passo alla emergente tecnologia metallurgica.

Per quanto attiene più propriamente la Chimica le richieste di concessione di privilegio coprono naturalmente settori diversi, dalla preparazione dei prodotti di base indispensabili allo sviluppo della nascente industria chimica (acido solforico, ammoniaca, soda, composti inorganici e organici fondamentali) alla descrizione di processi più complessi rispondenti alle necessità dell'epoca: distillazione, preparazione di saponi, di vernici, di combustibili, di maioliche, porcellane, concimi organici, procedimenti di finissaggio tessile (tintura, sbianca, impermeabilizzazione).

Estremamente attuali le richieste relative a un procedimento per il ricupero di prodotti da acque reflue e da quelle che oggi chiameremmo «biomasse». E ancora, richieste relative alla preparazione e distribuzione di gas illuminante che, approvate, faranno di Torino la quarta città europea a dotarsi di illuminazione pubblica, con Londra, Parigi, Vienna. Era il 1837. Il primo impianto sarà realizzato in quella che oggi è Via Camerana, che i vecchi torinesi chiamano ancora «Via Gasometro».

Dalla Teca Digitale