L'antropologia fisica

Con il termine ‘Antropologia’ (senza aggettivi) in Europa si è soliti indicare l’Antropologia fisica o l’Antropologia biologica intesa come storia naturale dell’Uomo. Nell’Ottocento l’Antropologia si configurava come corpo dottrinale autonomo a opera di medici, zoologi e naturalisti. Tuttavia a Torino, almeno dal punto di vista dell’insegnamento, essa fu inizialmente attiva presso la Facoltà di Lettere e Filosofia. Il suo primo cattedratico fu Giuseppe Allievo (1830-1913). Nella nostra città dobbiamo ricordare in quell’epoca soprattutto ricerche di craniologia, con lo studio delle varianti morfologiche del cranio umano. L’interesse era focalizzato sulle varianti rare, strane e ritenute interessanti. I contributi più rappresentativi vennero, com’è naturale, dall’anatomia e uno dei primi anatomisti italiani che si occupò di tali ricerche fu il piemontese Luigi Calori (1807-1896). Anche il medico Antonio Garbiglietti (1807-1877) si dedicò a studi di Antropologia e fu Direttore del mseo craniologico della Regia Accademia di Medicina. Tralasciando i contributi di varia natura dello zoologo Filippo De Filippi e quelli di Cesare Lombroso, giungiamo agli inizi del Novecento. Fu allora che l’Antropologia, affrancandosi dalle sue radici mediche, assunse una connotazione tipicamente naturalistica. Giovanni Marro (1875-1952), con il suo percorso culturale da medico a naturalista contribuì alla nascita dell’Antropologia fisica quale oggi noi la intendiamo. Le nuove idee in questo campo nacquero e si svilupparono a Torino quando Marro, su invito dell’egittologo Ernesto Schiaparelli, partecipò in qualità di antropologo, a cominciare dal 1911, alla missione Archeologica italiana in Egitto, costituitasi nel 1903 per iniziativa dello stesso Schiaparelli.

Infatti tale missione fu forse l’unica attiva sul territorio egiziano ad avere congiunto allo scopo archeologico anche quello antropologico. Ricordava la sua allieva Savina Fumagalli:

«Egli poté là mettere insieme la più cospicua raccolta osteologica e realizzare un programma di ampie ricerche sulla costituzione fisica e sull’abito psichico dell’antica razza egiziana, per giungere ad un’interessante comparazione fra la razza del tempo antico, della bassa epoca e del tempo moderno».

Successivamente, dal 1930 al 1935, Marro collaborò a numerose campagne di scavo sempre in Egitto, anche con Giulio Farina, grazie alle quali arricchì Torino di una collezione di crani e di scheletri egiziani neolitici. Si tratta di reperti d’inestimabile pregio, estratti con varia suppellettile etnografica.

Gli scavi egiziani s’inscrissero dunque in una nuova concezione dell’Antropologia fisica, che si basava sia sul concetto di serie sia sulla relazione tra l’uomo e l’ambiente. L’enorme materiale raccolto sarebbe servito per misure osteometriche. Queste non rappresentavano solo elementi di classificazione, ma diventavano anche indicatori dei processi di adattamento. Altra novità introdotta e sostenuta dal Marro fu quella di ritenere che, per ricostruire la storia biologica delle popolazioni, le informazioni non dovessero essere desunte solo dai crani ma dall’intero scheletro. Lo scheletro assumerà una propria importanza soprattutto per gli studi di paleopatologia. E l’aver costituito una collezione che comprendeva tutti gli elementi dello scheletro di un’intera popolazione dell’Alto Egitto non fu cosa di poco rilevo. Soprattutto in un’epoca in cui il mito della craniologia imperversava su ogni altro criterio antropologico.

Un altro campo in cui s’impegnò Marro fu lo studio pionieristico delle incisioni rupestri della Valcamonica. Purtroppo tali ricerche furono spesso ignorate, forse perché la formazione prevalentemente biomedica del suo autore non gli consentì di seguire i canoni interpretativi delle discipline etnoantropologiche, anche se produssero una messe notevole di conoscenze.

Sulla vita culturale e scientifica degli anni Trenta e Quaranta pesarono, e in alcuni casi anche fortemente, le opprimenti ideologie e i conseguenti eventi che si andavano svolgendo (e sconvolgendo) in Europa. Alcuni scienziati -come Alfredo Corti- seppero conservare la loro autonomia, anche con gravosi sacrifici personali come la perdita della posizione accademica o il confino. Altri divennero seguaci dell’ideologia dominante. Tra questi anche Giovanni Marro: le sue prese di posizione in campo scientifico e politico sulla «questione della razza» si potrebbero definire imbarazzanti. Non fu certo l’unico nell’ambiente torinese della biologia animale, fu però certamente uno dei pochi a pagare di persona per i propri errori.

La storia dell’Antropologia torinese della prima metà del Novecento è indissolubilmente legata anche alla nascita e soprattutto allo sviluppo del museo antropologico. Il museo non solo fu sede di conservazione dei materiali raccolti, ma anche luogo di ricerca autonoma attraverso i suoi Conservatori. Nacque ufficialmente nel 1926, avendo come nucleo iniziale una biblioteca e reperti osteologici di notevole valore raccolti durante le campagne di scavo condotte dal Marro in Egitto. A questo nucleo iniziale si aggiunsero raccolte antropo-etnologiche di svariata origine, anche di provenienza privata. Trasferito dalla sede iniziale di Palazzo Carignano a quella dell’Ospedale San Giovanni Vecchio, fu Savina Fumagalli (1904-1961) a continuare l’opera del suo predecessore, innanzi tutto salvando le collezioni durante il periodo bellico e poi curandone la classificazione e la sistemazione. Nel frattempo l’Antropologia torinese per opera soprattutto della Fumagalli riprendeva la sua attività con spirito naturalistico anche quando affrontava temi etnografici – a metà del Novecento la diaspora tra antropologi “fisici” e “culturali” non si era ancora ben definita – come lo studio, già caro al Marro, delle incisioni rupestri della Valcamonica.

Con l’inizio degli anni Sessanta e l’arrivo di Brunetto Chiarelli (nato nel 1934) l’Antropologia torinese si aprirà a un variegato ventaglio di campi di studio: dalla Primatologia e dalla Citogenetica all’Antropometria ed ergonomia, alla Biodemografia, all’Antropologia preistorica e alla Paleopatologia. Parallelamente il museo si arricchirà di nuovo materiale e soprattutto sarà curato il suo riordino sviluppando l’idea di un Museo di Storia Naturale dell’Uomo allo scopo di offrire al visitatore, anche profano, spunti ed elementi utili per uno studio completo della storia dell’Uomo