L’insegnamento della chimica in Piemonte dalla fine del Settecento all’Ottocento

Nel corso dell'Ottocento la Chimica si sviluppò con risultati che condizionarono fortemente anche le altre scienze. L'adozione di un linguaggio chimico universale, la disponibilità di nuovi strumenti, l'isolamento e l'individuazione di nuovi composti dalle sostanze naturali - ad esempio il carbone e il petrolio - portano nuovi prodotti che saranno la base per gli ulteriori sviluppi dell'Ottocento e poi del Novecento.

È una fase di sperimentazione, ma la conoscenza e la razionalizzazione degli elementi e dei composti è più accessibile.

In Piemonte, la scarsa considerazione della chimica, alla fine del Settecento, era legata alla mancanza di insegnamento e di informazione. Intorno alla metà del Settecento alla corte di Carlo Emanuele III c'era stato chi aveva sconsigliato il Sovrano dall'istituire una Cattedra di Chimica, «tenuta in conto di vanissima scienza altrettanto presuntuosa nel suo scopo, quanto, nelle sue operazioni, pericolosa».

L'insegnamento della Chimica era inserito in termini piuttosto vaghi nel corso di Fisica, la cui Cattedra era stata istituita nel 1720 in Via Po. Pur tuttavia un interesse per la Chimica era presente tra alcuni personaggi torinesi.

L'abate Giovanni Battista Beccaria (1716-1781), ricordato come «le physicien célèbre de Turin» da Lavoisier, aveva dimostrato sperimentalmente che Piombo e Stagno riscaldati in presenza di aria aumentano di peso formando «calci». Di questi, oggi detti «ossidi», studiò anche la riduzione per azione delle scariche elettriche. Tra l'altro proprio Beccaria aveva montato sui tetti della sua specola in Piazza di Madama (Piazza Castello) tra la contrada di Po (via Po) e via della Zecca (l'attuale via Verdi) il primo parafulmine. 

Nel 1757 un artigliere, e quindi esperto di chimica, Angelo Saluzzo di Monesiglio, un medico, Cigna, e un matematico, Lagrange, decisero di fondare una Società Privata Torinese in grado di corrispondere con società culturali di altri paesi allo scopo di scambiarsi notizie, informazioni, libri, discutere di risultati e così via. In breve nella Società confluirono le più belle menti dei ricercatori piemontesi che espressero nei rendiconti della Società, i Mélanges de Philosophie et de Mathématique, i risultati dei loro studi e delle loro ricerche. Lo stesso Saluzzo, con un altro artigliere, il conte Morozzo, curò l'edizione livornese della famosa Encyclopédie di Voltaire, Diderot, d'Alambert.

Nei Mélange della Società compaiono i rendiconti delle ricerche nel settore chimico. Fra questi ad esempio la nota De causa extinctionis flammae che porta un notevole contributo allo studio della combustione. Cigna e Saluzzo (Lagrange si dedicherà interamente alla matematica) proseguiranno le loro ricerche con risultati apprezzati anche all’estero. Saluzzo fu inoltre tra i primi a studiare chimicamente le reazioni esplosive iniziando un filone di ricerca che avrà un forte seguito, anche perché legato alle necessità contingenti dello Stato Sabaudo. Si tratta di un primo tentativo di ricerca applicata.

Alla morte di Carlo Emanuele III, il figlio, Vittorio Amedeo III, più sensibile del padre agli sviluppi culturali del momento e desideroso di inserire il Piemonte nel giro della cultura Europea, concede, nel luglio 1783, alla Società Privata le Regie Patenti di «Reale Accademia delle Scienze di Torino». Nel Regolamento annesso alle Lettere Patenti si legge:

«L’oggetto delle sue ricerche sarà l’illustrare le scienze matematiche e tutte le parti della fisica prese nella più ampia estensione, prescindendo però sempre da quelle discussioni le quali, per essere di sola sterile e vana speculazione, non sono dirette all’acquisto di nuove utili cognizioni e a procurare qualche reale vantaggio alla comune società».

Nel suo motto Veritas et Utilitas si compendiano questi intenti: la ricerca non disgiunta dal perseguimento dell'utilitas dello Stato Sabaudo.

Alla fine del secolo XVIII, i tempi erano maturi per la formulazione di nuove teorie in grado di inquadrare le scoperte e i fatti chimici che i ricercatori stavano accumulando, ormai sganciati dalle filosofie alchimistiche.

L'artefice della nuova chimica è il francese Antoine-Laurent Lavoisier, la sua opera immortale è ispirata al principio di valutare in termini quantitativi i fenomeni chimici e di elaborare teorie come conseguenza logica di dati sperimentali.

La legge della conservazione del peso nelle reazioni chimiche, oltre a permettere lo studio quantitativo dei fenomeni, crea i presupposti per lo sviluppo della teoria atomica. Come ultima ma non meno importante conseguenza, essa impone la creazione di un nuovo linguaggio chimico: formule chimiche ed equazioni si esprimono in modo ormai universalmente accessibile.

Uno dei primi a capire, accettare e diffondere (non solo in Piemonte), superando le riserve di numerosi oppositori, le nuove idee di Lavoisier (che finirà ghigliottinato durante il Terrore) fu Giovanni Antonio Giobert (1761-1834), membro dell'Accademia delle Scienze di Torino e allievo di Luigi Berthollet.

La sua attività di ricerca va oltre l'aspetto teorico spaziando su vari aspetti pratici, da studi di chimica coloristica sull'indaco a quelli sul minerale di Baldissero, impiegato nella preparazione delle porcellane, poi chiamato in suo onore Giobertite. Al Giobert sarà affidata la Cattedra di Chimica applicata alle arti istituita nel 1801, in epoca napoleonica, creata dal governo provvisorio instaurato dopo l'allontanamento dei Savoia. La sede della nuova Cattedra è ubicata nell'ex-convento di via San Francesco da Paola, con aule per lezioni e laboratori. Una intensa attività in Chimica Analitica, specie nel campo delle acque minerali, fu svolta da Vittorio Amedeo Gioannetti che si dedicò inoltre allo studio di impasti particolari per la Regia Manifattura di Porcellane di Vinovo, da lui diretta, ottenendo risultati di valore estetico e artistico validissimi e universalmente apprezzati dagli intenditori, anche se con scarsi risultati economici.

Allievo del Gioannetti fu Costanzo Benedetto Bonvicino, che si farà chiamare, a seconda delle opportunità politiche nel periodo della dominazione francese, anche Bonvoisin. Abile sperimentatore si occuperà in particolare dell'esame di minerali piemontesi e delle acque minerali della Savoia. A lui verrà affidata la Cattedra di Chimica Medico-Farmaceutica, creata anch'essa nel 1800 in epoca napoleonica. Fu tra l'altro autore di un Trattato di Chimica in due volumi, che si può considerare il primo nel suo genere scritto in italiano.

Tra le ricerche del tempo si segnalano quelle sulla composizione dell'aria, sull'assorbimento dei gas da parte del carbone, sulla fosforescenza e i colori vegetali e animali condotte dal Generale Carlo Lodovico Morozzo, che fu anche Presidente dell'Accademia delle Scienze e che scoprì l'azione decolorante dell'anidride solforosa.

Sono anni di osmosi tra scienza e tecnologia, e non solo nelle applicazioni militari, ambito ad esempio delle ricerche di Alessandro Papacino D'Antoni. Direttore dell'Arsenale di Torino, Papacino D'Antoni scrisse un trattato sulle polveri e sulle arti militari di notevole interesse.

Dalla Teca Digitale