L’orientamento della chimica piemontese alla fine del XIX secolo

Intorno alla metà del secolo, vittime dei rivolgimenti politici dell'epoca, numerosi profughi trovarono ospitalità e possibilità di operare nel liberale Stato Sabaudo, e tra essi alcuni chimici che ebbero un peso nell'evoluzione delle conoscenze chimiche non solo in Piemonte. L'isolamento di ptomaine, sostanze chimiche formate nei processi di putrefazione, si deve a Francesco Selmi (1817-1881), esule dalla natia Modena. Questa scoperta contribuì a un notevole sviluppo della chimica tossicologica. Nuovi metodi sperimentali in particolare di aldeidi furono condotti invece dal calabrese Raffaele Piria. Classiche le sue ricerche sulla salicina e altri derivati naturali. Suo anche l'isolamento e il riconoscimento dell'acido salicilico.

Hugo Schiff, costretto a continui spostamenti in laboratori chimici europei molto avanzati, approdò infine in Italia, a Pisa, a Firenze e poi a Torino, dove nel Laboratorio di via San Francesco da Paola condusse ricerche classiche in Chimica Organica (è nota la reazione tra aldeide e amine che porta il suo nome). In Torino pubblicò una Introduzione allo studio della Chimica nel 1876, giudicata dal Guareschi «libro di pregio non comune».

L'orientamento della chimica piemontese sul finire del XIX secolo verso la chimica organica è ancora sottolineato dall'apporto di chimici come Adolf Lieben, con i suoi studi sugli alcoli, sugli eteri alogenati, sull'acido chelidonico, su composti aromatici effettuati nella sede di via San Francesco da Paola, in collaborazione con Antonio Rossi. Notevole la sintesi del propilcarbinolo e la reazione di differenziazione dell'alcool etilico dall'alcool metilico mediante la formazione di iodoformio. Altri nomi di rilievo: Michele Peyrone (1814-1883), allievo di Liebig, che effettuò uno studio di grande interesse sui complessi ammoniacali del Platino e Luigi Balbiano (1852-1917) con le sue ricerche sul butilbenzene e gli acidi butirrici sostituiti, sulla canfora, sul pirazolo.

Dopo  Alfonso Cossa (1833-1902), pure lui operante nel settore della chimica organica, incaricato dell'insegnamento per gli studenti di chimica, fu nominato professore Michele Fileti (1851-1914).

Fileti spostò nei nuovi edifici di corso Massimo D'Azeglio, impostati nel 1896 e realizzati nel 1902, il nuovo Istituto di Chimica con attrezzature per la didattica e la ricerca assolutamente moderne.

Gli edifici erano caratterizzati dai tipici «minareti», le torri di aspirazione dei fumi di laboratorio, dei quali cui esiste ancora oggi qualche esemplare.

Fileti fu attento all'insegnamento pratico (la sua Guida all'analisi chimica qualitativa servì a varie generazioni di studenti) e anche abile sperimentatore nel settore della Chimica Organica, sia nel campo delle sostanze naturali (essenze di lauroceraso e di mandorle amare) sia in quello della sintesi (chetoni, acidi aromatici). Numerosi suoi allievi si distinsero nella ricerca e nell'insegnamento: tra questi Luigi Casale, che portò un contributo originale nell'industria dell'ammoniaca sintetica.

 

Dalla Teca Digitale