Cesare Lombroso

Definito l'inventore dell'antropologia criminale, Cesare Lombroso, fu anche psichiatra e uno dei più famosi criminologi dell'Otto-Novecento

Nato a Verona il 6 novembre 1835 da agiata famiglia ebraica, Ezechia Marco (noto peraltro come Cesare) Lombroso è avviato agli studi storici e glottologici da Paolo Marzolo. Si iscrive a Medicina a Pavia e, dopo una sosta a Padova e a Vienna, a Pavia ritorna nel 1857, dove si laurea il 13 marzo 1858. Frequenta quindi le lezioni di Jakob Moleschott (definito da Giovanni Gentile «il primo ispiratore della filosofia lombrosiana»). Nel corso del servizio come Ufficiale della Sanità Militare, partecipa alle operazioni belliche del 1859, venendo poi inviato per tre mesi in Calabria, dove, nell'ambito della repressione del banditismo, gli viene offerta l'occasione di studi antropologici e culturali sulla popolazione locale. Rientra al Nord nel 1863, si congeda il 22 novembre 1865 (riprendendo peraltro la divisa nel 1866 per l'ultima Guerra di Indipendenza. Si dedica allo studio della pellagra (culminato nel Trattato profilattico della Pellagra del 1869); che gli procura fama e duri contrasti (polemica con Filippo Lussana e con Porta circa la eziopatogenesi e curabilità della malattia).

A 30 anni entra nella carriera universitaria come professore straordinario di malattie nervose a Pavia nel 1866; nel 1871 assume per due anni la direzione del manicomio di Pesaro (dove raccoglie il materiale per Genio e Follia). Nel 1874 si apre il concorso per la cattedra di Medicina Legale di Torino, vi partecipa in competizione con Secondo Laura, vince, ma, dopo forti contrasti, è riaperto nel 1876 il concorso che porta peraltro alla conferma del giudizio. Pubblica (1876) la prima edizione dell'Uomo delinquente studiato in rapporto all'antropologia, alla medicina legale e alle discipline carcerarie, che raccoglie il nucleo centrale della sua dottrina. L'antropologia criminale ha molteplici radici culturali da lui ben assimilate: a) antropologia (esigenza classificatoria sistematica); b) atavismo (arresto del criminale ad un livello filogenetico più basso nella scala della natura); c) frenologia (correlazione fra aree cerebrali e funzioni psicologiche); d) evoluzionismo (darwinismo, divulgato a Torino dopo il 1871 da Filippo De Filippi, Michele Lessona, Giovanni Canestrini); e) patologismo (studio delle anomalie, malformazioni, asimmetrie, quali stigmate delinquenziali); f) degenerazione morale (il Trattato di Bénédict-Auguste Morel è del 1857, il Treatise on insanity di James Cowles Prichard è del 1835; le opere di Henry Maudsley sono degli anni 1867-1874); g) epilettoidismo (che consente la fusione dei caratteri del criminale nato con quelle dell'epilettico).

Sono le premesse per la raccolta di tutte quelle alterazioni (fisiche e psichiche) che, a suo giudizio, connotano emblematicamente il criminale e delle quali il Museo di Antropologia Criminale di Torino conserva anche oggi ricca documentazione storica.

E' indubbio che molti portarono un contributo di pensiero all'opera di Lombroso, ma a lui spetta il merito sia di aver elaborato gli elementi sparsi, componendoli, ordinandoli, mettendone in luce i rapporti, sia di aver creato là dove gli altri avevano essenzialmente raccolto. Nasce così la tipologia criminologica, man mano ampliata, nelle varie edizioni dell'Uomo delinquente (252 pagine nel 1876, 740 nel 1878, 1241 nel 1889, 1903 nel 1896). La volontà di risalire alle origini e di dare una sintesi alla storia dell'uomo, il desiderio di offrire un'interpretazione generale della realtà portano indubbiamente Lombroso ad affermazioni che non reggono al tempo. Uomo dotato di tanto entusiasmo e passato attraverso ai filtri del razionalismo e naturalismo nella sua epoca, non poteva non risentire anche delle deformazioni, degli estremismi, della unilateralità, che tale atteggiamento del pensiero portava in sé.

E' in rapporto a questi meriti, che al Lombroso (passato nel 1903 alla Cattedra di Psichiatria) viene assegnata quella di Antropologia criminale, neo-istituita proprio in riconoscimento dell'autonomia della disciplina da lui creata. E' il momento di maggior fortuna formale di una idea che, da una somma di fattori diversi (scientifici, culturali, politici), subisce poi in Italia un rapido declino, coincidendo con la morte di Lombroso avvenuta il 19 ottobre 1909. Quando nel 1921 viene inaugurato a Verona il monumento che il Comune aveva deliberato di erigergli sin dal 1909, al discorso commemorativo tenuto da Enrico Ferri, mancano pressoché tutte le Autorità politiche, accademiche, giudiziarie: quasi a prendere le distanze dallo scomparso. Sic transit gloria mundi. E, in dispregio di ciò che avvenne all'estero e al fiorire di studi ed istituti criminologici in tutta Europa, restano le dure parole di Agostino Gemelli nel suo Il funerale di un uomo e di una dottrina, che nel 1914 hanno fatto dire a Benedetto Croce, non certo tenero verso Lombroso nè mirato ad operazioni di retroguardia (Letteratura della Nuova Italia, Saggi Critici, ed. Laterza, Bari, 1960, V. 2, cap. 32, p. 208): «finanche l'invettiva contro la criminologia del Lombroso è condotta con tali argomenti da mettere il Lombroso dalla parte della ragione».

Ora, sul suo conto è stato detto tutto e il contrario di tutto. Si è fatto di lui vivo un gigante nazionale. Cinquant'anni più tardi lo si è chiamato: servo venduto della borghesia, visionario scientificato, semplificatore privo di metodo, affrettato nell'etichettatura e arbitrario nella costruzione scientifica. Sono occorsi altri trent'anni, perché venisse meno il crucifige in partenza, perché lo si vedesse come figlio del suo tempo e testimone aggiornato e capace di una cultura, da non valutare soltanto con gli occhi di oggi, forti dell'esperienza di un secolo in più. Lo si è, in altre parole, contestualizzato: il che era difficile ottenere anche dai suoi più immediati successori. La critica storica più recente gli ha ridato giustizia.